03/04/2026 VENEZIA – La Regione dice di No ai fondi per monitorare i cantieri dei siti contaminati dagli scarti della Pedemontana || C’è una domanda che resta sospesa, e pesa. Perché dire no? Perché respingere la richiesta di monitorare i 28 siti contaminati da PFAS col materiale stoccato dai cantieri della Pedemontana Veneta, quando il territorio vicentino, veronese e padovano porta ancora addosso le profonde ferite del caso Miteni? La Regione ha fatto una scelta politica chiara: niente 300 mila euro per lo studio ambientale chiesto dalla minoranza di AVS. Eppure, nello stesso bilancio, si stanziano un milione e mezzo per identità veneta e veneti nel mondo. Scelte legittime, certo. Ma le priorità raccontano sempre qualcosa. Qui non si tratta di ideologia, ma di prevenzione. Di salute pubblica. Di fiducia. Perché quando si parla di PFAS, il Veneto non è una regione come le altre: è un territorio segnato, dove cittadini e sindaci hanno imparato sulla propria pelle cosa significa arrivare tardi. “Chi inquina paga” non può restare uno slogan. Lo pretende la legge. Certo, la Regione afferma che fa già tutto l’Arpav. Ma in un caso così drammatico come i Pfas meglio abbondare. Lo dicevano anche i latini. Deve tradursi in controlli, in trasparenza, in anticipo sui rischi. Anche perché, lo ricordiamo, oggi ci sono dodici indagati e un’inchiesta che parla di contaminazione possibile. Non di ipotesi lontane. Dal presidente Alberto Stefani, tempestivo su altri fronti, ci si poteva attendere un segnale diverso. Più coraggio. Più prudenza. Perché con la salute non si scherza. E su questi temi, il dubbio dovrebbe sempre giocare a favore dei cittadini. Il caso Miteni è un monito. (Servizio di Ivano Tolettini)
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